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Antonello Venditti batte Rai per un servizio denigratorio: aveva diritto all’oblio

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Antonello Venditti in Cassazione batte Rai per un servizio de La vita in diretta denigratorio: aveva diritto all'oblio

Antonello Venditti batte Rai per un servizio denigratorio: aveva diritto all’oblio (foto Ansa)

ROMA – Antonello Venditti vince la causa contro la Rai in Cassazione.

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Il cantautore romano aveva citato in giudizio la tv pubblica per un servizio de La vita in diretta ritenuto denigratorio nei suoi confronti (Venditti veniva apostrofato come uno dei personaggi più antipatici del mondo dello spettacolo). Ma secondo la Consulta la Rai doveva rispettare il diritto all’oblio invocato da Venditti.

Spiega Clarida Salvatori sul Corriere della Sera:

Ma ecco come è andata. Era il 12 dicembre del 2000 quando, all’uscita di un ristorante dove era andato a cena con certi amici, Antonello Venditti veniva fermato da una troupe della trasmissione «La vita in diretta» di Rai1, per un’intervista. Il cantautore romano, infastidito, rispondeva in maniera secco e perentorio, rifiutandosi di rilasciare comunicazioni. Il girato viene comunque mandato in onda dalla trasmissione della rete ammiraglia della tv pubblica, con un parere sarcastico del giornalista: «Chissà perché è così nervoso? Ma a Natale non si dovrebbe essere più validi?».

Il punto ma è un altro. A distanza di cinque anni, il 27 aprile del 2005, il servizio viene riproposto agli spettatori all’interno di una «classifica dei personaggi più antipatici e scorbutici del mondo dello spettacolo». Classifica in cui a Venditti veniva assegnato il secondo posto. Stavolta poi il parere era ancora più ficcante: «E chissà, forse Antonello Venditti non è più abituato alle luci della ribalta. Del resto, già è molto tempo che non lo illuminano più».

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Diritto all’oblio, la differenza tra Europa e Stati Uniti

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Diritto all'oblio

Diritto all’oblio, la differenza tra Europa e Stati Uniti

ROMA – In Europa, Google è stata inondata di 2.4 milioni di richieste da parte di privati e aziende che vogliono essere “dimenticati”, per meglio dire sparire da qualsiasi ricerca sul Web.

La maggior parte proveniva da gente comune che chiedeva di rimuovere informazioni sensibili, ad esempio l’indirizzo dell’abitazione o foto o video personali, come affermato dalla società nel rapporto annuale sulla trasparenza.

Ma tra gli altri che vogliono beneficiare della legge sul “diritto all’oblio” del 2014, ci sono state 41.213 richieste da parte di celebrità e 33.937 di politici, ha precisato Google nel report.

La legge, emanata dall’Unione Europea nel maggio 2014, richiede a Google e ad altri motori di ricerca di eliminare le informazioni qualora la richiesta sia per validi motivi.

Gli americani non hanno la possibilità di invocare ai motori di ricerca di eliminare il loro nome dai risultati di ricerca.

In Europa, i risultati che sono in grado essere rimossi devono essere considerati dal personale del motore di ricerca come “imprecisi, inadeguati, irrilevanti o eccessivi” e devono essere determinati a non generare un interesse pubblico significativo.

Le 2.437.271 richieste ricevute da Google coprono il periodo dal quale la legge è entrata in vigore fino a dicembre 2017.

Google ha dichiarato di aver trattato 2,08 milioni di richieste e che il 43%, o circa 900.000, sono state ritenute valide e depennate.

La legge sul diritto all’oblio si è talmente diffusa al punto che pare siano saltati fuori studi legali e servizi di gestione della reputazione che aiutano a fare le richieste. Circa 1.000 persone, hanno rappresentato 360.000, o il 15%, di tutte le richieste, ha affermato Google.

Nonostante la diffusione, le richieste stanno rallentando. Google ha rilevato che il 39,7% delle richieste di cancellazione è stato effettuato nel primo anno, il 24,9% nel secondo e il 22% nel terzo.

Circa un terzo riguardava la rimozione di informazioni personali dai social media e directory, mentre un quinto la rimozione della storia giudiziaria del richiedente.

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Belen Rodriguez non accusa Nina Moric per il “viado” ma per aver proferito che davanti a Carlos…

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Nina Moric e Belen Rodriguez

ROMA – Dopo il rinvio a giudizio di Nina Moric con l’accusa di diffamazione aggravata da un “fatto determinato” per avere definito, durante un’intervista a Radio 24, “viado” Belen Rodriguez, tra le due showgirl si riaccende la polemica.

L’avvocato Marcello D’Onofrio, legale di Belen, dopo gli attacchi della modella croata, scrive a Dagospia: “La sig.ra Moric ormai vive completamente scollegata dalla realtà e dal mondo, tant’è che purtroppo per lei ha bisogno di rivangare episodi dello scorso millennio per sottrarsi all’oblio e riassaporare l’ebbrezza di una oramai lontana notorietà”.

Il legale chiarisce che al centro della disputa legale non c’è una questione di “appellativi poco eleganti tipo ‘viado’ et similia (che dispongono della facoltà far solo sorridere, soprattutto tenuto conto del personaggio da cui provengono), ma dall’averla accusata di aver tenuto una condotta troppo “disinvolta”, per usare un eufemismo, nei confronti di un minore”.

La Moric ha infatti accusato la Rodriguez, che ha avuto una relazione con Fabrizio Corona, il suo ex marito, di “girare nuda” davanti al figlio Carlos.

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Privacy, cosa impone il nuovissimo regolamento Ue: più obblighi, più burocrazia, più spese

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ROMA – Privacy, ecco i nuovi obblighi per imprese e professionisti, grazie alla nuova tegola europea. Mentre nessuno ci protegge dall’aggressione dei call center all’ora di cena, la burocrazia europea si è prodotta in un nuovo pezzo di bravura, il nuovo Regolamento della Privacy europeo.

Vittorio Emanuele di Savoia “responsabile” per la morte di Dirk Hamer, dice la Cassazione

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Vittorio Emanuele di Savoia "responsabile" per la morte di Dirk Hamer, dice la Cassazione

Vittorio Emanuele di Savoia “responsabile” per la morte di Dirk Hamer, dice la Cassazione (Foto Ansa)

ROMA – Il fatto che i giudici francesi abbiano assolto Vittorio Emanuele di Savoia dall’accusa di omicidio volontario del giovane tedesco Dirk Hamer, “non significa però” che il principe “sia esente da responsabilità sotto ogni altro profilo, giacché  quella morte “avvenne nel corso di una sparatoria a cui partecipò Savoia, al di fuori di ogni ipotesi di legittima difesa”. Lo dice la Corte di Cassazione, che ricorda che Savoia intercettato “rese una confessione” sulla vicenda.

“Pertanto – scrive la Cassazione confermando l’assoluzione dell’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro e di un giornalista dall’accusa di aver diffamato il Savoia definendolo ‘quello che usò con disinvoltura il fucile all’isola di Cavallo, uccidendo un uomo’ – se la conclusione, nel 1991, della vicenda giudiziaria, iniziata con l’accusa di omicidio volontario, non consentì alle autorità francesi di muovere contestazioni ad altro titolo (non è dato sapere se per il principio del ‘ne bis in idem’, o per lo spirare dei termini prescrizionali, oppure per l’irrilevanza penale della condotta), non per questo risulta illegittimo, e quindi diffamatorio, ogni collegamento” del Savoia con ‘l’incidente’ dell’isola Cavallo (18 agosto 1978) dato che “questo collegamento è pacifico nella sua materialità”.

Dunque, è espressione di convinzione critica “certamente legittima” l’articolo del 13 ottobre 2007 “ove si era voluto rimarcare che la partecipazione di Savoia alle celebrazioni per la riapertura della reggia di Venaria era, stanti i trascorsi del personaggio, quantomeno inopportuna”.

Secondo la Cassazione Vittorio Emanuele di Savoia non può far leva sul diritto all’oblio, che “si deve confrontare con il diritto della collettività ad essere informata ed aggiornata sui fatti da cui dipende la formazione dei propri convincimenti, altresì quando ne derivi discredito alla persona responsabile di quel diritto, sicché non può dolersi Savoia della riesumazione di un fatto certamente idoneo alla formazione della pubblica convinzione”, come la morte di Dirk Hamer nel 1978, tanto più che Vittorio Emanuele “è figlio dell’ultimo re d’Italia e, secondo il suo dire, erede al trono”, scrive la Corte.

 

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