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Vittorio Emanuele di Savoia e l’omicidio Hamer: perché non c’è diritto d’oblio

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Vittorio Emanuele di Savoia
Cronaca

Vittorio Emanuele di Savoia e l'omicidio Hamer: perché non c'è diritto d'oblio

Ricostruzione di un caso torbido, tra arroganze e sangue. Che secondo la Cassazione non esclude le responsabilità del sedicente "erede al trono"

Foto: Vittorio Emanuele di Savoia in visita al Palazzo reale di Napoli, 17 marzo 2003. – Credits: Getty Images

La torbida vicenda che lega Vittorio Emanuele di Savoia all'omicidio del diciannovenne tedesco Dirk Hamer, avvenuto nel 1978, torna a galla. Una beffa, visto che riemerge proprio perché il reale senza trono aveva reclamato il diritto all'oblio, denunciando il quotidiano Repubblica per diffamazione per un articolo del 2007. 

La Cassazione, ma, assolve il giornalista Maurizio Crosetti e l'ex direttore di Repubblica Ezio Mauro. Per il figlio dell'ultimo re d'Italia nessun diritto all'oblio. Anzi, secondo i giudici italiani, il "principe" non è affatto esente da responsabilità circa il sanguinoso evento.

Ricostruiamo cosa successe nel 1978, il quesito processo francese del 1991 che assolse Vittorio Emanuele di Savoia e la più recente vicenda legale in terra italica.

Omicidio Hamer: cosa accadde

Nella notte del 18 agosto 1978 ci fu una sparatoria nell'isola di Cavallo, in Corsica, in cui rimase gravemente ferito il diciannovenne tedesco Dirk Hamer, figlio del medico Ryke Geerd Hamer noto per aver elaborato una discussa medicina alternativa denominata Nuova Medicina Germanica, il fantomatico "metodo Hamer" per curare il cancro senza l'uso di farmaci, tanto celebrato da Eleonora Brigliadori. 

Lo yacht di Vittorio Emanuele di Savoia era ormeggiato vicino al panfilo del miliardario e medico romano Nicky Pende, ex marito di Stefania Sandrelli. Adirato per il presunto furto del suo gommone, Vittorio Emanuele si recò a brutto muso e armato della sua carabina da Pende Nella zuffa che scoppiò, sparò alcuni colpi di carabina. A farne le spese il povero Dirk Hamer. 

Un proiettole infatti, perforando la carlinga, colpì il giovane Hamer, che dormiva in un'imbarcazione vicina. Rimase ferito alla gamba, che perse molto sangue ed entrò in cancrena: nonostante i soccorsi e il ricovero in ospedale morì quattro mesi dopo, dopo una lunga agonia.

Il processo francese e l'intercettazione del 2006

Vittorio Emanuele di Savoia fu accusato di omicidio volontario e processato dai giudici francesi. La difesa sostenne che durante la colluttazione erano presenti altre persone che avrebbero sparato, poi fuggite e mai identificate dalla gendarmeria transalpina.

Nel 1991 il membro di Casa Savoia fu assolto dall'accusa principale e condannato a 6 mesi con la condizionale per porto abusivo d'arma da fuoco.

Nel 2006 ma si apre di nuovo la polemica: arrestato per l'inchiesta Vallettopoli (venne poi assolto), nel carcere di Potenza il 21 giugno Vittorio Emanuele di Savoia si lascia andare a una confessione screziata di superbia. Ammette di aver sparato e si vanta di averla fatta franca. Una microspia restituisce queste parole:

"Anche se avevo torto... devo dire che li ho fregati. È davvero eccezionale: venti testimoni, e si sono affacciate tante di quelle personalità importanti. Ero sicuro di vincere. Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso".

L'articolo di Repubblica del 2007

Il 13 ottobre 2007 Repubblica pubblica un articolo a firma Maurizio Crosetti dal titolo Inchini, auguri e ospiti illustri a Venaria la rivincita dei Savoia.

Vittorio Emanuele di Savoia, tra gli ospiti della riapertura della reggia di Venaria, viene definito "quello che usò con disinvoltura il fucile all'Isola di Cavallo, uccidendo un uomo". Da lì, da parte del diretto interessato, scatta l'invocazione del diritto all'oblio e la denuncia per diffamazione.

2017, la sentenza della Cassazione

Il 3 agosto 2017 la Cassazione si pronuncia a favore del quotidiano Repubblica. Secondo gli ermellini italiani un sedicente "erede al trono" non può "dolersi della riesumazione" di una vicenda che è certamente "idonea" alla formazione della pubblica opinione.

Ed ecco il boomerang che si ritorce contro Vittorio Emanuele di Savoia. Secondo la Suprema Corte, il fatto che i giudici francesi, nel 1991, lo abbiano assolto dall'accusa di omicidio volontario "non significa ma" che il 'principe' "sia esente da responsabilità sotto ogni altro profilo, giacché assume pur sempre rilievo dal punto di vista civilistico ed anche etico" che quella morte "avvenne nel corso di una sparatoria a cui partecipò Savoia, al di fuori di ogni ipotesi di legittima difesa".

La Cassazione ricorda che Vittorio Emanuele di Savoia fu intercettato nell'inchiesta Vallettopoli e che "rese una confessione" sugli spari al povero Hamer e sull'aver "fregato i francesi", dimostrando di "conoscere specificatamente la dinamica" della vicenda.  

Cosa dicono i giudici italiani sul processo francese

La Cassazione italiana non lesina anche commenti sul discusso processo francese che assolse Vittorio Emanuele di Savoia. Se il verdetto di Parigi "non consentì alle autorità francesi di muovere contestazioni ad altro titolo (non è dato sapere se per il principio del 'ne bis in idem', o per lo spirare dei termini prescrizionali, oppure per l'irrilevanza penale della condotta), non per questo risulta illegittimo, e quindi diffamatorio, ogni collegamento" del Savoia con 'l'incidente' di Cavallo dato che "questo collegamento è pacifico nella sua materialità".

Dunque - continua la Cassazione - è espressione di opinione critica "certamente legittima" l'articolo di Repubblica del 2007 "ove si era voluto rimarcare che la partecipazione di Savoia alle celebrazioni per la riapertura della reggia di Venaria era, stanti i trascorsi del personaggio, quantomeno inopportuna".  

"Gli elementi indiziari utilizzati nella sentenza dell'appello (gli accertamenti svolti dalla gendarmeria francese, la soluzione data al caso dalla Corte parigina e le intercettazioni effettuate nel carcere di Potenza) costituiscono, effettivamente, un compendio indiziario più che sufficiente - scrive la Cassazione - a suffragare l'opinione che Savoia sia stato assolto dal reato di omicidio volontario, ma non che sia stata esclusa ogni sua responsabilità nel tragico evento di cui egli porta, invece, un carico di responsabilità".  

I giudici francesi, ricorda il verdetto 38747, hanno escluso "l'atto volontario" ma non è chiaro se l'assoluzione è riferita all'omicidio volontario o anche a quello colposo e il Savoia "si è ben guardato" dal mostrare "la sentenza dell'autorità giudiziaria francese" dal dimostrare la sua innocenza "presentandosi a dibattimento e testimoniando sotto giuramento".

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Diritto all’oblio: ecco come tutelarsi

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– Credits: BrianAJackson/iStock

Sono molissime le persone che hanno subito ingiustizie a causa di materiale privato pubblicato sul web. Di recente abbiamo tutti visto cosa è accaduto a Tiziana Cantone, conosciamo la storia di Carolina Picchio, è di questi giorni invece il caso della giornalista Diletta Leotta.

Giornalismo e deontologia, Razzante: i media dispongono dei mezzi essere costruttori di pace

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Giornalismo e deontologia, Razzante: i media possono essere costruttori di pace

Il docente della Cattolica: "La stampa vive una crisi di identità, che può superare ricominciando dal rispetto delle regole. Basta con l'uso denigratorio"

Foto: Robert Redford e Dustin Hoffman in una scena del film "Tutti gli uomini del presidente" (Ansa)

Professore di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, Ruben Razzante è ormai riconosciuto come il watchdog del giornalismo italiano, di cui ogni anno, con zelo, continua a ricordare le regole, via via aggiornate, nel suo prezioso Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione (Cedam-Wolters Kluvers, pp. 704). Giunto alla sua settima edizione, il saggio è diventato una bussola  per orientarsi nel mare magnum di una materia, ahinoi, sempre più teorica, che cambia continuamente; anche a causa delle innovazioni tecnologiche e dell’invadenza della pubblicità all’interno dei contenuti. Il volume, con prefazione del direttore generale della Rai, Antonio Campo Dall’Orto, verrà presentato a Palazzo Cusani, a Milano, venerdì 21 ottobre alle ore 17,30.
Professor Razzante, qual è, di questi tempi, l’abuso più ricorrente compiuto dai giornalisti?
Impazza una certa superficialità nel riportare notizie spesso contenenti anche dati sensibili e delicati che mettono in gioco la personalità dei protagonisti dei fatti. La rete, che pure raffigura una ricchezza inestimabile per il diritto dei cittadini ad essere informati, ha ridotto ulteriormente gli spazi dell’approfondimento e ha reso più evanescenti le categorie della verifica delle fonti, con tutti i rischi che ne conseguono.

Ruben Razzante 2

Ruben Razzante – Credits: ufficio sampa

Le regole nell’informazione hanno fama di essere molto più teoriche che pratiche: crede che si stiano facendo passi in avanti o indietro. E se si, quali, nel concreto?
Una buona informazione può esserci solo se le regole deontologiche dei giornalisti vengono fatte rispettare. Una certa mentalità perversa accredita il punto di vista in base al quale il giornalista debba poter scrivere tutto ciò che scopre, senza autolimitazioni, ma questo finisce per schiacciare gli altri diritti che spettano a ciascuno di noi, dall’onore alla privacy. Una notizia non va sempre data se ci sono fondate controindicazioni.
Come le nuove tecnologie stanno cambiando gli spazi dell’informazione? Un giornalista può esprimersi liberamente anche sui social network?
Le nuove tecnologie aumentano le possibilità di aggiornamento per i cittadini, ma anche i rischi di bufale e false notizie spacciate per vere. I social network sono un formidabile strumento di condivisione di informazioni e opinioni, ma il giornalista, come dice peraltro anche il nuovo Testo unico della deontologia, deve utilizzarli con giudizio e cautela perché la sua notorietà acquisita in rete gli deriva anche dal ricoprire quel ruolo giornalistico. In altre parole, quando un giornalista sta su Facebook non può sentirsi svincolato dal rispetto delle regole del diritto di cronaca, per esempio non può divulgare segreti aziendali, non può esprimere critiche feroci al suo editore, non può compiere azioni che contrastino con il suo vincolo di esclusività aziendale, spesso sancito anche contrattualmente.
Si parla molto di diritto all’oblio. Ci spiega nel concreto, ad oggi, cosa deve fare una persona che sente lesa la sua reputazione dalla presenza on line di informazioni sul suo conto?
Può fare due cose: rivolgersi al sito che ha pubblicato la notizia e chiedere la rimozione; rivolgersi al motore di ricerca e chiedere di eliminare quel link. Le due azioni possono essere fatte anche insieme. Ma se il sito e il motore di ricerca rifiutassero la richiesta del cittadino, questi potrebbe rivolgersi al Garante della privacy o addirittura alla magistratura. E’ evidente che diritto all’oblio non vuol dire cancellare notizie scomode perché questo significherebbe compromettere la completezza della storia e creare dei buchi e delle falle nella ricostruzione dei fatti. Affinché possa scattare il diritto all’oblio, occorre che la notizia di cui si chiede la rimozione non sia più attuale. La regola generale è che i siti raramente devono cancellare notizie; sono chiamati solo ad aggiornarle correttamente fino alla loro ultima evoluzione. I motori di ricerca, invece, possono essere chiamati a volte a de-indicizzare un link, cioè a non renderlo visibile.
Da anni, di tanto in tanto, si discute dell’utilità dell’Ordine dei Giornalisti. Pensa che abbia ancora ragione d’essere? Ci ricorda momenti in cui l’intervento si è dimostrato rilevante?
L’Ordine dei giornalisti è un presidio deontologico ancora prezioso e si impegna molto per la formazione dei giornalisti. La funzione disciplinare è stata trasferita da una legge di qualche anno fa ai consigli di disciplina, che spesso funzionano male. L’Ordine ha rappresentato spesso un argine contro la commistione pubblicità-informazione e in approvazione della tutela dei minori e dei soggetti deboli nel diritto di cronaca. La sua funzione andrebbe rilanciata e la sua struttura andrebbe snellita. La nuova legge sull’editoria, riducendo a 60 il numero dei consiglieri nazionali, va in questa direzione, ma ora aspettiamo i fatti.
Lei monitora attentamente l’informazione dal punto di vista giuridico prima ancora che dal contenuto: un caso su tutti di trasgressione delle regole “da manuale”.
In materia di tutela della privacy, si consumano gravissime violazioni, per esempio nella pubblicazione di particolari della vita privata di familiari, congiunti e persone indagate o coinvolte in fatti di cronaca. Il principio di essenzialità dell’informazione dovrebbe spingere i giornalisti a non spiare la vita delle persone dal buco della serratura e ad astenersi dal divulgare particolari marginali e privi di interesse pubblico.
Tante volte si è occupato del pericoloso cortocircuito tra magistratura e informazione la quale, molto spesso, ne precede l’azione, anticipando delibere e spesso determinando scossoni nella politica, come nella finanza o in altri ambiti. Come si può impedire che ciò avvenga?
La piaga dei processi mediatici intacca la credibilità dell’informazione e fa dubitare della serietà e professionalità di alcuni giornalisti ed editori. I processi mediatici sono vietati da un codice di autoregolamentazione promosso da Agcom nel 2009 e spesso violato da tutte le emittenti radiotelevisive nazionali e locali, che pure l’avevano sottoscritto. Il comitato incaricato di farlo rispettare non ha funzionato granchè. Sarebbe opportuno che l’Agcom richiamasse i broadcaster a un maggiore rispetto di quelle disposizioni. Gli studi televisivi non devono trasformarsi in aule di tribunale né anticipare per via mediatica quelle che saranno le delibere dei giudici. Il cortocircuito tra magistratura e informazione è pericoloso per la democrazia e va combattuto con l’impegno di tutti.
Social network pieni di opinioni, blogger che si esprimono spesso a scopi commerciali, pubblicazione di intercettazioni illegali, diffamazioni a mezzo stampa quasi mai riparate, processi mediatici spesso finiti in assoluzioni: la stampa è davvero così messa male? Come può difendere la sua reputazione?
La stampa, intesa non solo come mezzo cartaceo ma come insieme di tutti i mezzi di diffusione del pensiero, vive una fase critica, dovuta anche alla contaminazione tra vecchi e nuovi media. Ci sono ancora tanti esempi di buon giornalismo che vanno valorizzati. Il tema delle good news va rilanciato. L’accanimento nel racconto del negativo, che finisce per alimentare sentimenti distruttivi nell’opinione pubblica, va superato. Occorre anche raccontare gli esempi, numerosissimi, di volontariato, solidarietà, servizio al prossimo, che consentono alla società di stare in piedi e di crescere in modo sano.
I media possono anche essere dei grandi costruttori di pace e di benessere condiviso.

 

 

 

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Roma: incontro organizzato dal comitato esperti di Google sul Diritto all’oblio

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In programma a Roma, il prossimo 10 settembre, un incontro pubblico sul Diritto all’oblio. Organizzato dal comitato di esperti di Google, raccoglierà le testimonianze sui problemi emersi dopo la sentenza.

Fonte: Roma: incontro organizzato dal comitato esperti di Google sul Diritto all’oblio

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