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Liliana Segre senatrice a vita: è sopravvissuta all’Olocausto

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Liliana Segre senatrice a vita: è sopravvissuta all’Olocausto

ROMA – Liliana Segre è stata nominata senatrice a vita. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le ha telefonato personalmente per informarla della sua scelta. Segre, sopravvissuta all’Olocausto, è stata scelta per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale, così come recita l’articolo 59 della Costituzione.

Il decreto di nomina è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Paolo Gentiloni. Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere Ugo Zampetti provvederà alla consegna al Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, del decreto di nomina.

Liliana Segre, 87 anni, fu deportata nel 1944 da Milano al campo di concentramento Auschwitz-Birkenau. Raggiunta dalla lieta novella, la neosenatrice ha detto: “La memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza” e si è impegnata per portare a Palazzo Madama la voce di chi subì le leggi razziali”.

La senatrice Segre ha in primo luogo ringraziato il presidente Mattarella, “per questo altissimo riconoscimento. La notizia mi ha colto completamente di sorpresa –  ha detto – Non ho mai fatto politica attiva e sono una persona comune, una nonna con una vita ancora piena di interessi e di impegni”.

“Certamente, il Presidente ha voluto onorare, attraverso la mia persona, la memoria di tanti altri in questo anno 2018 in cui ricorre l’80 anniversario delle leggi razziali. Sento dunque su di me l’enorme compito, la grave responsabilità di tentare almeno, pur con tutti i miei limiti, di portare nel Senato della Repubblica delle voci ormai lontane che rischiano di perdersi nell’oblio. Le voci di quelle migliaia di italiani, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che nel 1938 subirono l’umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano; che furono espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società dei cittadini “di serie A”.

Quegli italiani che in seguito furono perseguitati, braccati e infine deportati verso la “soluzione finale”. Soprattutto – prosegue Segre – le voci di quelli, meno fortunati di me, che non sono tornati, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono finiti nel vento. Salvare dall’oblio quelle storie, coltivare la Memoria, è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza. E la può usare. Il mio impegno per tramandare la memoria, contrastare il razzismo, costruire un mondo di fratellanza, comprensione e rispetto, in linea con i valori della nostra Costituzione, continuerà ora anche in Parlamento, ma, lo dico sin d’ora, senza trascurare la mia attività con gli studenti”.

Continuerò finché avrò forza a raccontare ai giovani l’orrore della Shoah, la follia del razzismo, la barbarie della discriminazione e della predicazione dell’odio. L’ho sempre fatto, non dimenticando e non perdonando, ma senza odio e spirito di vendetta. Sono una donna di pace e una donna libera: e la prima libertà è quella dall’odio“, conclude.

Su Twitter il premier Paolo Gentiloni, esulta: “La vita di Liliana Segre è testimonianza di libertà. Da senatrice ci indicherà il valore della memoria. Una scelta preziosa a 80 anni dalle leggi razziali”.

La testimone vivente degli orrori della shoah

Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930 da Alberto Segre e Lucia Foligno, una famiglia ebraica ma laica. E’ una dei 25 bambini italiani sopravvissuti, su 776, al campo di concentramento di Auschwitz. Rimase vittima delle leggi razziali del fascismo all’età di 8 anni, quando nel settembre del 1938 fu costretta ad abbandonare la scuola elementare, iniziando l’esperienza dolorosa e terribile della persecuzione.

Il 7 dicembre 1943, unitamente al padre e a due cugini, cercò invano, con l’aiuto di alcuni contrabbandieri, di riparare in Svizzera. Venne tuttavia catturata dai gendarmi del Canton Ticino e rispedita in Italia dove, il giorno successivo, fu tratta in arresto a Selvetta di Viggiù (Va). Dopo sei giorni nel carcere di Varese venne trasferita dapprima a Como e alla fine a Milano-San Vittore, dove rimase detenuta per 40 giorni.

Il 30 gennaio 1944 venne deportata con il padre in Germania, partendo dal “Binario 21” della Stazione Centrale di Milano. Raggiunto il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz, fu internata nella sezione femminile. Non rivedrà mai più il padre, che morirà ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo (CO) il 18 maggio 1944, furono deportati ad Auschwitz, dove furono uccisi il giorno stesso del loro arrivo, il 30 giugno dello stesso anno. Alla selezione, le venne imposto e tatuato sull’avambraccio il numero di matricola 75190.

Durante la sua permanenza nel capo di concentramento fu impiegata nei lavori forzati nella fabbrica di munizioni “Union”, di proprietà della Siemens, lavoro che svolse per circa un anno. Il 27 gennaio 1945, sgomberato il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz per sfuggire all’avanzata dell’Armata Rossa, i nazisti trasferirono 56.000 prigionieri, tra cui anche Liliana Segre, a piedi, attraverso la Polonia, verso nord.

Non ancora 15enne, fu condotta nel campo femminile di Ravensbrück e in seguito trasferita nel sotto campo di Malchow, nel nord della Germania. Fu liberata il 1° maggio 1945, unitamente agli altri prigionieri, dopo l’occupazione del campo di Malchow da parte dei russi. Tornò a Milano nell’agosto 1945. Nel 1990, dopo 45 anni di silenzio si rese per la prima volta disponibile a partecipare ad alcuni incontri con gli studenti delle scuole di Milano, portando la sua testimonianza di ex deportata.

È insignita dell’onorificenza di Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferitagli con motu proprio del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 29 novembre 2004; della Medaglia d’oro della riconoscenza della Provincia di Milano, assegnatagli nel 2005. Il 27 novembre 2008 ha ricevuto la Laurea honoris causa in Giurisprudenza dall’Università degli Studi di Trieste, mentre il 15 dicembre 2010 l’Università degli Studi di Verona le ha conferito la Laurea honoris causa in Scienze pedagogiche. È Presidente del Comitato per le “Pietre d’inciampo” – Milano, che raccoglie tutte le associazioni legate alla memoria della Resistenza.

 

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Lorena Forteza dopo il Ciclone: “Non ero pronta al successo, mio figlio affidato al padre”

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Lorena Forteza dopo il Ciclone: “Non ero pronta al successo, mio figlio affidato al padre”

ROMA – Un successo inaspettato, troppo travolgente per imparare a gestirlo a soli 19 anni. Lorena Forteza, la protagonista del film Il Ciclone, ha raccontato la sua crisi dopo l’arrivo della fama, che l’ha portata a perdere il figlio, affidato al padre.

Il sito Today riporta la testimonianza dell’attrice, sprofondata nell’oblio dopo il grande successo col film Il Ciclone al fianco di Leonardo Pieraccioni, come ha rivelato lei stessa in una intervista a Spy:

“Ero una semplice modella di 19 anni, estroversa e aggressiva. Ero ancora una ragazzina e non ero pronta a tutto quello. Ricordo troppa frenesia. Ero quasi stordita. Poi sono venuti i tempi bui, quando il successo mi ha travolto”.

La Forteza ha parlato della grande pressione subita, che l’ha portata ad una terribile crisi e all’abbandono del mondo del cinema:

“Ho sofferto molto, ma ora sto bene.  Avevo avuto problemi con il mio ex marito, Damiano Spelta, e quando ci siamo separati nostro figlio Ruben è stato affidato a lui. Ero anche ingrassata, arrivando a pesare più di 70 chili”. Oggi Lorena Forteza vive in Spagna, conduce una vita normalissima, e di fama e popolarità non ne vuole sentire parlare. “Il periodo più brutto l’ho lasciato alle spalle – ha concluso – Mio figlio Ruben ha 22 anni, è un uomo e ha maggiore consapevolezza delle cose. Appena posso lascio la Spagna e vengo in Italia a trovarlo”.

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La relazione del Garante della privacy? Bella e impossibile

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ROMA – Vincenzo Vita ha pubblicato questo articolo anche su Il Manifesto di mercoledì 7 giugno, con il titolo “L’abnorme bolla spionistica degli algoritmi”. 

“Bella e impossibile. La relazione alla Camera dei deputati sull’attività del 2016 dal Garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro. Bella perché lo svolgimento del discorso è efficace e in gran parte condivisibile. Impossibile, per contro, data l’inefficacia futura di un armamentario giuridico pur assai evoluto per il suo tempo. Non parliamo tanto della legge generale di cui si è appena celebrato il ventennale (l.675 del 31 dicembre 1996), quanto del complesso dispositivo regolamentare che ha scolpito in questi anni grammatica e sintassi del capitolo privacy”.

“E fu proprio il padre e precursore di un approccio moderno, Stefano Rodotà, ad avvertire fin dall’inizio dei rischi e dei limiti di approcci meramente normativi. Ma allora, al paragone del conflitto acre e “senza prigionieri” di oggi, il contesto era ancora inscritto nella polarità “pubblico-privato”, laddove ricorreva innanzitutto il giusto principio della riservatezza. Dal chiaroscuro del paesaggio siamo entrati direttamente nel museo degli orrori, mascherati di progresso tecnologico”.

“Il cosiddetto “Internet delle cose” significa in pratica uno stuolo inaudito di telecamere, che Luchino Visconti o Stanley Kubrick si sarebbero sognati; o una profilazione digitale permanente nelle nostre identità, tracciate ovunque e ben al di là dei soggettivi voleri o desideri; o un mercimonio inaudito di Data, Big o meno che siano. Il tutto inghiottito –come nei film di 007, prefiguranti e meno glamour di quanto si pensi- dall’astronave cattiva degli Over The Top, i veri attuali padroni delle ferriere. Cui bisognerebbe, per lo meno, far pagare seriamente le tasse; e che andrebbero costretti a disvelare la formula magica degli algoritmi. E l’abnorme bolla spionistica, messa in atto e controllata da centri avulsi da qualsiasi dialettica civile, va sgonfiata”.

“Ora, opportunamente, Soro si appella alla “resilienza informatica e quella della democrazia”, perché il quadro è immerso in una terribile violenza simbolica, che assume i caratteri di quella fisica quando la rete si popola di cyberbulli e di oltraggi contro i soggetti deboli. Amaro è stato il cenno a simili fenomeni degenerativi da parte della Presidente Laura Boldrini, intervenuta con un saluto non formale, bensì centrato sul tema dei diritti e dei doveri nella e della rete, al quale ha dedicato un’attenzione assidua fin dall’inizio della legislatura”.

Si è parlato delle cyberguerre, elemento chiave di quella deflagrazione mondiale citata spesso dall’inascoltato Papa di Roma. Sono cresciuti del 117 per cento gli attacchi informatici riconducibili ad attività di cyberwarfare, mentre Wanna Cry ha ingenerato allarme nell’intero villaggio globale. Del resto, Donald Trump ha preferito divaricare nettamente la linea sulla tenuta dei dati, rompendo con i più ragionevoli approcci europei. Non a caso, poi, l’ultima campagna elettorale degli Stati Uniti ha visto il protagonismo degli hacker, russi a quanto si sa. E anche la Cina è vicina”.

“Non potevano mancare, ovviamente, argomenti sensibili come il diritto all’oblio, le fake news, l’odio spalmato in rete. O il valore e il limite dei recenti provvedimenti governativi sull’accesso agli atti della pubblica amministrazione: tra il pericolo di intrusione nella sfera personale e l’ostracismo della burocrazia. Inoltre, Soro ha toccato i nodi più sensibili tra i molti sensibili, la sanità e il processo “mediatico”. Il panorama è completo e il plauso è meritato. Sul che fare, tuttavia, siamo solo ai prolegomeni”.

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Vittorio Emanuele di Savoia “responsabile” per la morte di Dirk Hamer, dice la Cassazione

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Vittorio Emanuele di Savoia "responsabile" per la morte di Dirk Hamer, dice la Cassazione

Vittorio Emanuele di Savoia “responsabile” per la morte di Dirk Hamer, dice la Cassazione (Foto Ansa)

ROMA – Il fatto che i giudici francesi abbiano assolto Vittorio Emanuele di Savoia dall’accusa di omicidio volontario del giovane tedesco Dirk Hamer, “non significa però” che il principe “sia esente da responsabilità sotto ogni altro profilo, giacché  quella morte “avvenne nel corso di una sparatoria a cui partecipò Savoia, al di fuori di ogni ipotesi di legittima difesa”. Lo dice la Corte di Cassazione, che ricorda che Savoia intercettato “rese una confessione” sulla vicenda.

“Pertanto – scrive la Cassazione confermando l’assoluzione dell’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro e di un giornalista dall’accusa di aver diffamato il Savoia definendolo ‘quello che usò con disinvoltura il fucile all’isola di Cavallo, uccidendo un uomo’ – se la conclusione, nel 1991, della vicenda giudiziaria, iniziata con l’accusa di omicidio volontario, non consentì alle autorità francesi di muovere contestazioni ad altro titolo (non è dato sapere se per il principio del ‘ne bis in idem’, o per lo spirare dei termini prescrizionali, oppure per l’irrilevanza penale della condotta), non per questo risulta illegittimo, e quindi diffamatorio, ogni collegamento” del Savoia con ‘l’incidente’ dell’isola Cavallo (18 agosto 1978) dato che “questo collegamento è pacifico nella sua materialità”.

Dunque, è espressione di convinzione critica “certamente legittima” l’articolo del 13 ottobre 2007 “ove si era voluto rimarcare che la partecipazione di Savoia alle celebrazioni per la riapertura della reggia di Venaria era, stanti i trascorsi del personaggio, quantomeno inopportuna”.

Secondo la Cassazione Vittorio Emanuele di Savoia non può far leva sul diritto all’oblio, che “si deve confrontare con il diritto della collettività ad essere informata ed aggiornata sui fatti da cui dipende la formazione dei propri convincimenti, altresì quando ne derivi discredito alla persona responsabile di quel diritto, sicché non può dolersi Savoia della riesumazione di un fatto certamente idoneo alla formazione della pubblica convinzione”, come la morte di Dirk Hamer nel 1978, tanto più che Vittorio Emanuele “è figlio dell’ultimo re d’Italia e, secondo il suo dire, erede al trono”, scrive la Corte.

 

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Aperitivi Digitali SocialCom: il turismo diventa digital

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Roma – Come possiamo rilanciare il turismo italiano attraverso web e social media? Sarà questo uno dei temi del terzo aperitivo digitale targato SocialCom che si terrà tra qualche ora a Roma (alle 19:00) nella splendida cornice dell’Iqos Embassy – concept store dedicato all’avveniristico dispositivo IQOS™, sistema rivoluzionario sviluppato da Philip Morris International che scalda e non brucia il tabacco, emettendo un aerosol senza combustione, fumo o cenere.

Titolo dell’evento sarà “Patrimonio culturale: l’uso dei social per eliminare confini e intermediazioni“. Al centro del dibattito un focus su come il mondo digital stia cambiando e cambierà il mondo della fruizione turistica e culturale.

Come riporta socialcomitalia.com: Il web sta operando un mutamento di paradigma nel settore del turismo, soprattutto nel comparto culturale. Oggi i visitatori non comprano semplicemente un prodotto, ma un’esperienza. Anche perché attraverso la Rete possono godere di una conoscenza (quasi) diretta, disintermediata, di quello che accade virtualmente in ogni Paese del mondo.

Allo stesso tempo, l’utente diventa promotore degli hotspot, dei luoghi d’interesse in giro per il mondo. Da questo punto di vista l’Italia ha molto da offrire, anche se siamo un po’ in ritardo. Non esiste, per esempio, una vera e propria strategia organica a livello nazionale, anche se c’è chi ha saputo sfruttare l’onda montante dei social, giocando d’anticipo.

A discuterne i veri protagonisti di questo mutamento: Simonetta Giordani, consigliere di amministrazione del Gruppo Ferrovie dello Stato e della Fondazione FS e membro del Comitato editoriale di VOLTA, già Sottosegretario di Stato ai Beni Culturali con delega al turismo. Con lei Francesco Palumbo – Direttore della Direzione Generale del Turismo, presso il Ministero dei Beni Culturali e del Turismo, incarico che ricopre dal novembre 2015. A intervenire anche Claudio Giua, Digital Strategy Advisor del Gruppo Editoriale L’Espresso, che nella sua carriera ha ricoperto importantissimi incarichi: direttore generale di Kataweb, ha seguito nascita e gestione di piattaforme di distribuzione dei contenuti del Gruppo Espresso ed è stato direttore dello sviluppo e dell’innovazione dell’azienda. Presente anche Mario Sechi – giornalista, lavora come autore e opinionista per la Rai e il Gruppo Sole 24 ore, impressionanti le tante tappe della sua carriera: L’Indipendente, Il Giornale, Libero, Il Tempo e Unione Sarda (come editore), Il Foglio.

Ecco gli altri aperitivi da non perdere:

“Informazione e social media”. Dibattito su giornalismo e social network, per affrontare i cambiamenti che la rete impone.

“Un errore sul web è per sempre?” Dibattito sul Diritto all’oblio.

“La comunicazione al tempo dei social network: innovazione, assenza di intermediari, immediatezza come cambia lo scenario”.

“Innovazione digitale. Quali storytelling per un Paese che vuole raccontare il futuro?

Per partecipare invia una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. All’interno specifica qual è il tuo ruolo nel mondo della comunicazione (giornalista, blogger, social media manager…), oppure perché sei interessato all’evento.

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